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Conferenza Paolo VI nuovo umanesimo - Relazione del Prof. Luca Crapanzano

Istituto Superiore di Scienze Religiose “Mario Sturzo”

Piazza Armerina

 

Paolo VI, artefice dell’umanesimo cristiano nel XX secolo

Il Magistero, le encicliche, il dialogo ecumenico

 

Seminario di studi sul nuovo umanesimo

in preparazione al Convegno ecclesiale di Firenze

 

8 aprile 2015

 

Appunti pro uso interno

don Luca Crapanzano[1]

Introduzione

Nel mio intervento cercherò di cogliere il contributo di Paolo VI circa il vivere teologale dell’uomo in Dio - è questa vita del discepolo del Signore nel mondo contemporaneo che produce quello che chiamiamo un “umanesimo nuovo” - a partire dal dialogo con il Patriarca Atenagora, in pieno Concilio Vaticano II, il 5 gennaio del 1964, su una collina davanti alla città di Gerusalemme e a partire dal suo contributo al 1° Convegno Ecclesiale, celebrato a Roma, dal 30 ottobre al 4 novembre 1976, dal titolo “Evangelizzazione e promozione umana”.

Il contesto è la primavera conciliare in cui l’immutabile ed eterno depositum fidei si metteva in dialogo con il mondo contemporaneo vedendolo non più come “ostile rivale”, ma luogo rivelativo della presenza di Cristo. A partire dall’incarnazione di Cristo e dal suo desiderio di salvezza per tutti (“affinché tutti siano salvi”) Papa Giovanni XXIII prima e Paolo VI dopo, guidando e presiedendo i lavori conciliari operano un vero e proprio cambiamento di prospettiva: la Chiesa si mette in ascolto delle domande dell’uomo e a partire da queste e alla luce della Rivelazione, ripensa e ridefinisce la sua missione nel mondo contemporaneo. Resta altrettanto vero che nel Vaticano II si sono depositate le convinzioni sulla natura della chiesa che i cattolici hanno maturato nel Novecento, non a caso definito “secolo della Chiesa”. Romano Guardini, già nel 1922 fotografava la situazione affermando che era iniziato un processo di incalcolabile portata: il risveglio della Chiesa nelle anime, la Chiesa veniva vista come esperienza umana vissuta.  Le singole chiese non sono una periferia di quella centrale romana, ma dotate di autonomia e di vita propria con “una propria disciplina, un proprio uso liturgico, un patrimonio spirituale e religioso proprio” (LG 23). Questa visione non conduce alla negazione del primato di Pietro e della Chiesa di Roma che presiede nella carità le altre chiese, ma porta a dire che la Chiesa di Cristo è una “Chiesa di Chiese” e secondo l’espressione del Concilio stesso le singole chiese manifestano e coinvolgono l’intero corpo della Chiesa (Cfr, LG 26).

 

L’incontro tra Paolo VI ed Atenagora

In particolare andiamo ora a studiare e a sintetizzare alcuni punti che possono servirci per avere più chiara la tematica che stiamo affrontando, a partire dal dialogo ecumenico tra Paolo VI e il patriarca Atenagora del 5 gennaio 1964. Un evento, in realtà, pensato da Papa Giovanni XXIII, il quale aveva maturato una forte sensibilità nei confronti della chiesa d’Oriente in quanto per decenni Nunzio Apostolico prima in Bulgaria e poi in Turchia e Grecia (1925-1944). Roncalli, nel 1928 ad un giovane ortodosso (Christo Morcefki) che per completare gli studi teologici a Roma, era disposto a passare al cattolicesimo scriverà: “cattolici ed ortodossi non sono nemici, ma fratelli. Hanno la stessa fede, partecipano agli stessi sacramenti, soprattutto alla medesima Eucarestia”.  Con il gesto di Paolo VI le due Chiese rompono secoli di distanza, riconoscendosi di nuovo sorelle. Il cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e per il dialogo interreligioso, che già nel 1963 lavorò alla preparazione dell’incontro, nel libro intervista con Valeria Martano, dal titolo “L’Abbraccio di Gerusalemme” dice: “Io ricordo che accadde un avvenimento totalmente imprevisto nel mondo e che ha cambiato la storia del mondo! E’ il fatto che dei mondi che si ignoravano - se così posso dire - si sono incontrati: allora il mondo ha aperto gli occhi, da una parte e dall’altra. E’ una cosa che è rimasta unica! E’ l’unico viaggio nella storia dei lungi viaggi pontifici fatto da un Papa in Motu Proprio. E’ lui che si è invitato. Tutti ritenevano che sarebbe stato impossibile, ma invece è stato possibile". “Biografie parallele”, quelle di Atenagora e del giovane Roncalli che arriveranno a comporre un incontro capace di allargare i polmoni della Chiesa. “All’incontro tra Atenagora e Paolo VI si arriva con un lungo cammino parallelo, che vede l’anelito all’unità nascere da una parte ad Oriente, in Atenagora che è un cristiano orientale, che assiste alla disgregazione della coabitazione ottomana e soffre della divisione che diventa ostilità, diventa violenza, del nazionalismo, che comprende, e intuisce la necessità dell’unità, però anche un uomo che fa l’esperienza della moderna coabitazione: 20 anni negli Stati Uniti, uno Stato multietnico, plurireligioso; dall’altra parte, parallelamente, noi abbiamo un cristiano occidentale, un prete bergamasco, che passa 20 anni - quasi gli stessi anni in cui Atenagora era in Occidente - in Oriente. Come diceva Papa Giovanni: ‘Imparai ad amare i loro canti, i loro riti, la venerazione delle icone, a comprendere che questi fratelli, diversi da noi, avevano il nostro stesso cuore’. C’è un kairos all’inizio della stagione conciliare di queste tre figure (Giovanni XXIII, Paolo VI e Atenagora), che hanno respirato con due polmoni, come poi dirà Giovanni Paolo II: il polmone orientale ed occidentale della Chiesa. Giovanni XXIII, che è molto anziano, non farà in tempo ad incontrarsi con Atenagora. Paolo  VI però raccoglie il testimone nell’arco di pochissimi mesi dall’elezione al Pontificato, da parte dell’amico predecessore con il quale aveva intrattenuto anche un rapporto epistolare di amicizia,  e porta a termine questa grande storia con l’incontro di Gerusalemme. Quindi con la possibilità che, senza nessuna sottomissione e senza nessun cedimento, da nessuna delle due parti, i cristiani si potessero ritrovare fratelli laddove la fede era nata.”

 

Il fuori onda tra Paolo VI e Atenagora

 

Grazie ad un disguido tecnico che non portò alla chiusura dei microfoni della Rai, abbiamo la testimonianza di un fuorionda interessantissimo che dice tutta l’umanità e la portata storica dell’incontro tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Il dialogo è avvenuto alle 21,30 del 5 gennaio 1964 nella Nunziatura di Gerusalemme, ed è stato pubblicato da Daniel Ange (“Paul VI, un regard prophétique”, 1979) e riproposto recentemente da Alfredo Pizzuto (“Paolo VI in Terra Santa”, 2012), e L’Osservatore Romano lo ha riportato nell’edizione del 4 gennaio 2014, a cinquant’anni esatti dall’incontro di Paolo VI con Atenagora. Ascoltiamo i due interlocutori: «Le esprimo tutta la mia gioia, tutta la mia emozione. Veramente penso che questo è un momento che viviamo in presenza di Dio», sono le prime parole del Papa al Patriarca in questo colloquio. E Atenagora gli risponde: «In presenza di Dio. Lo ripeto, in presenza di Dio». Il Patriarca rivela al Pontefice di essere «profondamente commosso, Santità. Mi vengono le lacrime agli occhi». E allora il Vescovo di Roma gli dice: «Siccome questo è un vero momento di Dio, dobbiamo viverlo con tutta l’intensità, tutta la rettitudine e tutto il desiderio…», «di andare avanti» interviene Atenagora, e Paolo VI aggiunge «di fare avanzare le vie di Dio». E poi Atenagora dice: «Abbiamo lo stesso desiderio. Quando appresi dai giornali che Lei aveva deciso di visitare questo Paese, mi venne immediatamente l’idea di esprimere il desiderio d’incontrarLa qui, ed ero sicuro che avrei avuto la risposta di Vostra Santità positiva, perché ho fiducia in Vostra Santità. Io vedo Lei, La vedo, senza adularLa, negli Atti degli Apostoli. La vedo nelle lettere di san Paolo di cui porta il nome». Paolo VI risponde: «Le parlo da fratello: sappia ch’io ho la stessa fiducia in Lei. La Provvidenza ci ha scelto per intenderci. Sono così ricolmo di impressioni che avrò bisogno di molto tempo per far emergere ed interpretare tutta la ricchezza di emozioni che ho nell’animo. Voglio, tuttavia, approfittare di questo momento per assicurarla dell’assoluta lealtà con la quale tratterò sempre con Lei». «La stessa cosa da parte mia», assicura Atenagora. E ancora Paolo VI: «Non ho alcuna intenzione di deluderla, di approfittare della sua buona volontà. Altro non desidero che percorrere il cammino di Dio». Atenagora: «Ho in vostra Santità una fiducia assoluta. Sarò sempre al suo fianco». Paolo VI gli promette: «che vostra Santità sappia, fin da questo momento, ch’io non cesserò mai di pregare, tutti i giorni, per Vostra Santità e per le comuni intenzioni che abbiamo per il bene della Chiesa». Atenagora allora sottolinea: «Ci è stato fatto il dono di questo grande momento; noi perciò resteremo insieme. Cammineremo insieme. Che Dio... Vostra Santità, Vostra Santità inviato da Dio... il Papa dal grande cuore. Sa come la chiamo? “O megalòcardos”, il Papa dal grande cuore!». Ma Paolo VI gli dice: «Siamo solo degli umili strumenti. Più siamo piccoli e più siamo strumenti; questo significa che deve prevalere l’azione di Dio, che deve prevalere la norma di tutte le nostre azioni. Da parte mia rimango docile e desidero essere il più obbediente possibile alla volontà di Dio e di essere il più comprensivo possibile verso di Lei, Santità, verso i suoi fratelli e verso il suo ambiente». Il dialogo continua con altre poche battute che non riportiamo per ragioni di tempo. Anche nelle omelie ufficiali si sottolinea da parte dei due, il desiderio dell’unità e della pace voluto dalla preghiera stessa di Gesù al Padre: “fa che siano uno” e mai si accenna a problemi dogmatici insormontabili. Abbiamo ripreso queste poche battute per evidenziare quanto segue:

 

1.      Paolo VI si inserisce in perfetta continuità con il suo predecessore: non solo completa il Concilio non tradendo il suo spirito iniziale, ma continua a realizzare alcuni “desiderata” di Giovanni XXIII che poteva benissimo ignorare. Questo è importantissimo, perché emerge un Pontefice che concepisce il suo ministero come servizio ad una verità che mai si possiede del tutto ma che semplicemente si serve. Non emerge nessun protagonismo! Non sono le idee di Montini ad essere portate avanti (di fronte alla realtà  Concilio Vaticano II, Montini scriverà a Giovanni XXIII che lo vedrebbe come un peso insostenibile e successivamente da Papa lo completa), ma quelle di Paolo VI successore di Pietro “più siamo piccoli e più siamo discepoli”, dirà ad Atenagora.

2.      Il desiderio di unità, che è definito bene supremo della Chiesa, supera le differenze teologiche.

3.       L’umanità dei due interlocutori (emozioni, lacrime di commozione, slanci emotivi) diventa il terreno fertile su cui poggia tutto il dialogo.

 

Un anno dopo, Paolo VI e Atenagora  si videro di nuovo in Israele, e in quella occasione i due rilasciarono di comune accordo quella che passò alla storia come La "Dichiarazione comune Cattolico-Ortodossa del 1965": questo documento ebbe la conseguenza di attivare una commissione congiunta per il dialogo fra le due confessioni, che effettivamente nacque nel 1966 e che è ancor oggi attiva.

 

Paolo VI e il Primo Convegno Ecclesiale Nazionale (Roma 1976)

Andiamo ora a considerare brevemente il contributo di Paolo VI al 1° Convegno Ecclesiale, celebrato a Roma, dal 30 ottobre al 4 novembre 1976, dal titolo “Evangelizzazione e promozione umana”. Il contesto è quello del programma pastorale avviato tre anni prima sul tema: “Evangelizzazione e sacramenti”, nell’intento – scrivevano i vescovi – di “imprimere una spinta vigorosa all’azione apostolica e missionaria della Chiesa in Italia”. Sono passati solo dieci anni dalla conclusione del Concilio e la sua assimilazione è in cima all’agenda. A motivare l’assemblea è anche il rinnovamento della vita delle comunità e l’esigenza di imprimere una nuova unità alla vita ecclesiale. Andremo a considerare solo l’omelia di Paolo VI ai partecipanti al convegno, proclamata il 31 ottobre 1976.

Anzitutto il Convegno è definito dal Pontefice come  “una chiamata” e non una semplice assise di studio o un “torneo accademico”; è la Chiesa stessa che “vi invita e vi impegna ad un ripensamento della sua missione nel mondo contemporaneo, ad una coscienza religiosa autentica e nuova, ad un confronto col vertiginoso mondo moderno, anzi ad un dialogo di salvezza per chi assume la non facile missione di aprirlo, e per chi abbia la felice sorte di accoglierlo”. Il Papa non si dilunga a discutere circa la professione della fede cattolica o circa i contenuti dogmatici che devono essere veicolati nella evangelizzazione; il Papa, dopo aver esternato la difficoltà della Chiesa di rivolgersi al mondo contemporaneo definito dal Pontefice come “inebriato per le sue conquiste, ma folle, stanco e miope nel suo rischioso cammino”,  semplicemente si sofferma sul motivo che origina l’annuncio e non tanto sul metodo: “Questa è la nostra sorte stupenda e drammatica, quella d’essere coinvolti in un mirabile disegno divino, che ci vuole non solo favoriti e partecipi del regno di Dio, ma testimoni e diffusori altresì”. Il Vangelo, dirà il Papa, “non è un annuncio che si spegne stagnante in chi lo riceve, ma una voce che rimbalza e si fa eco, voce a sua volta, grido! Gesù ce lo insegnò: «quello che Io vi dico nelle tenebre, voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio, voi predicatelo sopra i tetti» (Matth. 10, 27). Non è un episodio; è un programma, che invade la terra e si fa storia. Cristo riassume e conclude così la sua predicazione agli apostoli: «Andate e istruite tutte le genti» (Ibid. 28, 19). La fede vivente è una fede irradiante”.

L’Annuncio «è un dovere per me! Guai a me se non predicassi il Vangelo» (1 Cor 9, 16) e può essere vero solo se sgorga dal cuore di un discepolo del Signore e non può essere organizzato a tavolino secondo la sapienza di questo mondo. L’annuncio è parte integrante del cristiano e non impegno specifico di alcuni o secondario di altri.

L’annuncio di Cristo è visto dal Pontefice come promozione della vera umanità dell’uomo: “la rivelazione evangelica del rapporto religioso col Padre nostro che sta nei cieli, lungi dall’affievolirsi e dallo spegnersi per il progresso positivo, o per la decadenza negativa dell’umanità, può riaprirsi con luce mattutina e sfolgorare nello splendore di nuove virtù spirituali ed umane, per la gloria di Dio, ed anche, con inattesa novità, per la promozione dell’uomo. Sembra riecheggiare il n° 22 di GS “seguendo Cristo uomo perfetto, l’uomo diventa più uomo”.

Infine il Papa invita alla fiducia nell’azione misteriosa dello Spirito e negli uomini: “La nostra fiducia si fonda sulla fede, dirà il Pontefice citando il Vangelo: «Non si turbi il vostro cuore, abbiate fede in Dio ed abbiate fede anche in me”ed è certezza che la parola annunciata dal discepolo del Signore avrà la stessa forza della parola annunciata da Cristo. Questo è possibile a partire dalla resurrezione di Cristo che estende la figliolanza di Gesù con il Padre anche ai sui discepoli che verranno chiamati “miei fratelli”. Soltanto dopo la Pasqua Cristo chiama i suoi discepoli “fratelli”. L’annuncio di Cristo sarà allora condivisione non solo di una verità che salva, ma anche di una esperienza di fraternità vissuta e per questo “redentiva”.



[1] Vice Rettore del Seminario, docente di Teologia Morale presso l’ISSR “Mario Sturzo” di Piazza Armerina e delegato diocesano al V Convegno Ecclesiale di Firenze.

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