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Conferenza Paolo VI nuovo umanesimo - Relazione del Prof. Filippo Salamone

PAOLO VI, ARTEFICE DELL’UMANESIMO CRISTIANO NEL XX SECOLO

 

IL RAPPORTO CON IL MONDO DELLA CULTURA: DIALOGHI CON L’ARTE NUOVA.

Filippo Salamone

Il papa degli artisti

A prima vista può sembrare inconsueto che un papa si occupi di arte. Essa, nell’opinione comune, è un ornamento che serve solo ad abbellire e perciò un qualcosa, se non da trascurare, almeno da non mettere in primo piano nell’azione pastorale e magisteriale di un pontefice. In realtà non fu così per un pastore d’eccezione come Giovanni Battista Montini, che di arte non solo se ne intendeva abbastanza per cultura e sensibilità, ma era artista nell’animo in quanto creatore di bellezza espressiva e intendeva l’arte come via privilegiata per condurre il credente alla conoscenza del mistero di Dio e dell’uomo.

            L’arte, infatti, per il suo valore intrinseco e per la capacità prodigiosa che possiede, quella cioè di «carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme e di accessibilità» (7 maggio 1964), lo interessa da sempre, è un tema costante del suo magistero e il modo con cui Papa Montini ha guardato al fatto artistico affonda le sue radici nella sua stessa personalità. Ma è soprattutto dal fondamento stesso del suo ufficio pastorale che deriva - cito - il suo «profondo interesse per tutto ciò che riguarda la vita dell’uomo, specialmente per tutto ciò che può innalzarlo, promuovere la sua dignità naturale e aiutarlo a raggiungere il suo destino soprannaturale. E nel conseguimento di questi fini, le belle arti possono avere un ruolo di significativa importanza» (23 maggio 1974). 

L’aspetto più appariscente di questo cordiale rapporto di Paolo VI con l’arte, e della proposta di una nuova alleanza con gli artisti, è dato dalla sua concreta azione nei confronti di questa attività umana. Un’azione che si colloca in tre direzioni complementari, ovvero, nel dialogo e confronto con gli artisti del suo tempo, (per la maggior parte pittori, scultori, architetti, letterati, musicisti, uomini di teatro e di cinema, archeologi e liturgisti, storici dell’arte e cultori dell’artigianato, ingegneri, orafi, argentieri e gioiellieri, operatori nel campo turistico, amici dell’arte), nelle azioni di promozione, valorizzazione e raccolta delle espressioni artistiche e nell’indirizzo dottrinale e operativo dato alla Chiesa, che si riverbera nei successivi documenti postconciliari. 

            Tale propensione e interesse di papa Montini per il mondo dell’arte sono ben noti e documentati, (pensiamo ai discorsi del papa rivolti agli artisti ben 70), e l’esistenza della Collezione Paolo VI a Concesio, sua città natale, nonché, ovviamente, della Collezione d’arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani, stanno a testimoniare questo suo rapporto privilegiato con la dimensione della creazione estetica.  

            Doveva essere, sicuramente, una passione innata; ne troviamo traccia già nella corrispondenza giovanile, (alcune lettere furono scoperte e pubblicate recentemente dall’Istituto Paolo VI di Brescia) dove, magari scrivendo ai familiari da qualche località visitata per diletto o per ragioni di studio, si sofferma non di rado sull’architettura e le testimonianze artistiche del posto. Questi testi mostrano una sensibilità spiccata e un gusto ben preciso per le forme semplici, e documentano, soprattutto, come nel giovane minutante della Segreteria di Stato, la riflessione specifica su questa materia sia una matura conclusione e al tempo stesso una premessa di vasto orizzonte.

            Non mancano, già alla fine degli anni venti, scritti e interventi del giovane Montini su temi inerenti a pittura e scultura moderne, analizzate in relazione con la fede cristiana. Piuttosto conosciuti sono i saggi intitolati L’arte di Beuron; Su l’arte sacra futura; Frammenti sull’arte, rispettivamente redatti tra 1920 e il 1930, attraverso i quali propone una riflessione profonda e originale sulla compatibilità tra la produzione estetica contemporanea e la morale cattolica.

            Ma soprattutto, ed è questo l’elemento originale, in queste sparse annotazioni e riflessioni egli condivide l’idea di quelli che sostengono che la meta e lo scopo dell’arte sacra futura deve essere l’espressione del “realismo teologico e ontologico”, soprannaturale e mistico della fede, in ossequio alla verità rivelata.

In linea con molti pensatori e teorici dell’arte (pensiamo Maritain, Denis, Weil.. ma anche Pio XII e perfino Mario Sturzo che, in alcuni articoli apparsi sulla Rivista di Autoformazione nel 1927 o in alcune lettere inviate al fratello, egli scrive sull’arte), Montini rifiuta ogni idea di arte fine a se stessa (l’arte per l’arte), a favore di un’arte spirituale, con una sua precisa istanza morale e pedagogica.

            L’arte autentica - secondo il giovane Montini - deve potere esprimere concettualmente ciò che leggiamo nell’inno della Lettera agli Efesini al capitolo I: l’«omnia instautare in Christo»,   ovvero, deve poter richiamare alla mente «il mistero che Dio ci ha fatto conoscere per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1, 10)[1]. Ed è mediante questa rappresentazione che l’arte cristiana, per il fatto di rimandare ad altro (da sé), lascia trasparire il mistero.

            L’omnia instaurare in Christo, come espressione del realismo ontologico e soprannaturale della fede, per Montini deve essere il principio d’ispirazione dell’arte cristiana, ed è, come vedremo, la chiave ermeneutica per comprendere i futuri scritti di Paolo VI sull’arte, la cui visione escatologica sarà sempre una la cifra costante dei suoi insegnamenti circa l’uomo e il suo destino finale in Cristo.

            In altre parole, l’arte cristiana è per lui, un modo antropologico fondamentale d’intuire e di esprimere l’esistenza, non per come la si vede ma per come la si vedrà, alla luce di Cristo Risorto, Bellezza trascendentale, di cui la bellezza estetica è una timida rappresentazione.

            Partendo da queste premesse, e certamente sotto l’influsso del personalismo cattolico di Jacques Maritain e di Jean Guitton, Montini riuscì a sviluppare un’attitudine straordinaria capace di cogliere le tracce di un rovello spirituale nel travaglio dell’arte moderna.

            Divenuto negli anni Cinquanta arcivescovo di Milano, volle che anche la Chiesa si sforzasse di trovarle e riconoscerle, così da riportare negli spazi liturgici le opere dei contemporanei come stimolo di preghiera e raccoglimento, proprio per la loro capacità di testimoniare la condizione umana, di suscitare stupore e di assecondare l’accesso al mistero.

            Nel 1957, rivolgendosi agli artisti per invitarli a partecipare alla missione popolare di Milano da lui voluta, pronunciò parole profetiche: «Sentite la chiamata che la Chiesa vi fa, Essa vi dice: Venite ad aiutarmi perché io ho un tesoro da consegnare agli uomini; date forma a questi concetti sublimi della religione: io ho da elevare la vostra arte a sacerdozio…».

            Un arte, quella cristiana, comparata al sacerdozio perché capace di mediare due mondi, quello materiale e quello spirituale, «perciò l’artista è mediatore fra noi che abbiamo il tesoro della parola divina, dell’ineffabile, e il nostro tempo, il nostro popolo, le anime che ci sono sorelle, il mondo umano, a cui dobbiamo parlare un discorso divino. L’artista è il veicolo, è il tramite, è l’interprete, è il ponte fra il nostro mondo religioso e spirituale e la società con cui veniamo a colloquio» (Discorsi e scritti milanesi, 1957).      

Eletto papa nel 1963, Montini dedicò a temi concernenti l’arte e i suoi rapporti con la fede cristiana ben settanta interventi - tra l’altro, nella mistica biblica delle cifre, questo numero è emblema di pienezza - distribuiti lungo l’itero arco del suo pontificato: si va dalla soglia stessa del suo ministero pastorale universale con l’omelia tenuta nella chiesa di S. Ignazio a Roma il 12 settembre 1963, per giungere fino alla soglia della morte, dedicato al nesso tra artigianato e religione, pronunciato il 12 luglio 1978 a Castel Gandolfo.  Si tratta di lettere e discorsi di alto impegno, come quello famoso del 7 maggio 1964 nella Cappella Sistina alla messa degli artisti, ed altri importanti messaggi enunciati nel corso di particolari celebrazioni, come i centenari di nascita e di morte degli artisti (ricordiamo la nobile Lettera apostolica promulgata nel VII centenario della nascita di Dante Alighieri, Altissimi cantus domini, o le celebrazioni in occasione del V centenario della nascita di Michelangelo, del IV di Tiziano, del II di Beethoven, e del I della morte di Manzoni e della nascita di Perosi), o eventi particolari a lui contemporanei, come la chiusura del Concilio Vaticano II l’8 dicembre 1965,  l’inaugurazione nel 1972 della nuova Aula delle Udienze, progettata da Pier Luigi Nervi, l’apertura della nuova Collezione di arte religiosa moderna nei Musei Vaticani nel 1973, l’inaugurazione del Cristo Risorto di Pericle Fazzini per l’Aula delle Udienze nel 1977, o circostanze che lo hanno coinvolto personalmente, come la mostra su San Paolo nel 1977, in occasione del suo ottantesimo genetliaco. 

E’ doveroso menzionare anche i suoi rapporti personalmente intrattenuti con gli artisti: tra coloro che ebbero scambi diretti e spesso fecondi con il pontefice, si segnalano Aligi Sassu, Lello Scorzelli, Fabrizio Clerici, Dina Bellotti (sua ritrattista ufficiale), Aldo Carpi, Dandolo Bellini, Francesco Messina… e il già citato Jean Guitton, filosofo e teologo stimatissimo da Paolo VI e di lui amico, che fu anche ragguardevole pittore, che ritrasse il papa in contesti quasi familiari, magari cogliendolo mentre dava da mangiare ai pesci rossi del laghetto di Castel Gandolfo (immagine lontanissima del frusto cliché di un Montini serioso).

Una nuova alleanza tra arte e fede

            Montini fu altresì consapevole della profonda sororità che la lega idealmente l’arte alla fede. Questo legame ha celebrato per secoli i suoi trionfi e le nostre chiese, i musei (il nostro stesso museo diocesano in allestimento) lo attestano in modo esaltante. Purtroppo, però, a partire dagli ultimi due secoli questo vincolo si era allentato fino al punto di infrangersi.

            E questo ha provocato da un lato, in ambito ecclesiale, il ricorso a ricalchi di moduli, di stili e di generi delle epoche precedenti, o peggio ai surrogati, all’oleografia, all’opera d’arte di pochi pregi e poca spesa, attraverso i quali la bellezza e il culto a Dio sono stati male serviti.

            Mentre, d’altro lato, l’arte ha imboccato le vie della città secolare, archiviando i temi religiosi, i simboli, le narrazioni, le figure e tutto quel grande codice che era stata la Bibbia. Come diceva il Papa, essa si è allontanata per bere ad altre fontane e si è rinchiusa nel cerchio dell’autoreferenzialità, si è affidata a una critica esoterica incomprensibile ai più e asservita alle mode e alle esigenze di un mercato artificioso.

            Ritessere questo dialogo è stato avvertito come una necessità da parte dello stesso magistero ecclesiale recente e, soprattutto, da Paolo VI, il quale - incontrando gli artisti nella cornice emblematica della Cappella Sistina il 7 maggio 1964 -  proponeva una nuova alleanza tra fede e arte: «Rifacciamo la pace?», fu l’anelito del papa, nella consapevolezza che l’aspirazione profonda dell’artista è quello di «carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità».

            Un anno dopo, l’8 dicembre 1965 in Piazza San Pietro, il Papa a chiusura del Concilio Vaticano II, tra i vari messaggi, indirizzava queste significative parole agli artisti: «Il mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che mette la gioia nel cuore degli uomini…».

Per una teologia dell’arte

            Che l’arte autentica sia «un’epifania dell’Ignoto» e quindi del mistero non è solo l’intuizione spontanea di un poeta come Jules Laforgue (1885), ma anche la convinzione della tradizione cristiana. Ciò vale anche per l’arte contemporanea, purché sia docile all’azione dello Spirito. A partire da questo assioma propongo una riflessione estetico-teologica che, avvalendomi delle suggestioni di Pavel N. Evdokimov (e di altri autori che hanno notevolmente influito il pensiero del Papa), concepisce la Bellezza, - intuita ed espressa per mezzo dell’arte - come luogo della rivelazione di Dio e dello svelamento della verità dell’uomo.

1)      La Bellezza come luogo della rivelazione di Dio

            Anzitutto la Bellezza, dal punto di vista teologico, non è semplicemente l’attributo di un oggetto, né tanto meno un qualcosa ma un Qualcuno, l’Unico che si debba amare al di sopra di tutto, ed è la sorgente e il termine stesso dell’amore e della verità.       

            Agostino, che ispirò tanto il pensiero di Paolo VI, considerava già intimamente connessi i temi di Dio Trinità e del Bello e concepiva la sua conversione come un approdo alla vera bellezza. E’ lui stesso a riconoscerlo nella struggente esclamazione delle Confessioni, in cui il Tu dell’invocazione è rivolto a Colui che è la Bellezza: «Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua et tam nova, sero te amavi! – Tardi Ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai!» (Conf. X, 27,38).

            La Bellezza è allora l’espressione dell’amore e della verità di Dio. Questa bellezza trinitaria è apparsa in Gesù Cristo, il Buono e Bel Pastore (dove l’originale greco dei vangeli kalòs, nello stile orientale, significa simultaneamente bellezza, bontà, fascino, generosità importanza). Come affermerà più tardi Tommaso d’Aquino «pulchritudo habet smilitudinem cum propriis Filii, La bellezza ha a che fare con ciò che è proprio del Figlio!» (STh., I q. 73 a. 1c.).

            La via pulchritudinis si rivela quindi come la via che rende accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. Questo Dio - sostiene ancora il Papa - è si conoscibile ma sempre ineffabile! e l’arte, quale altra via di accesso alla realtà di Dio, possiede questa prerogativa: nell’atto stesso che rende accessibile e comprensibile il mondo dello spirito, ne conserva la sua ineffabilità, il senso della sua trascendenza, il suo alone di mistero. Il ministero della predicazione, quindi, per non essere balbettante e retorico «ha bisogno di diventare artistico, anzi per assurgere alla forza dell’espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte» (7 maggio 1964).

            Abbiamo già ricordato il ruolo insostituibile dell’artista di mediatore tra il mondo materiale e il mondo divino, per mezzo di quell’arte che è, in se stessa, espressione dello spirito, ed ha come finalità la ricerca stessa di Dio.  Quando l’uomo pensa, agisce, soffre e si esprime artisticamente, coglie “qualche cosa di Dio”, indicandola mediante un’immagine, o meglio, richiamandola alla mente mediante una rappresentazione che lascia trasparire il mistero.

            In questo senso l’arte viene considerata come «eccedenza» - per dirla con Gianfranco Ravasi[2] -, ossia come un procedere verso l’oltre e l’altro, su un binario parallelo a quello della fede e della teologia. «Qualsiasi arte perfetta - afferma il papa - è un’immagine di Dio, scolpita da Lui stesso durante il sonno dell’autore!» (25 ottobre 1972).

2)      La Bellezza come luogo dello svelamento della verità dell’uomo

 

            Questa arte, quando è posta a regale servizio della fede non solo realizza la sublime mediazione tra l’invisibile e il visibile, tra il mondo materiale e quello spirituale, non solo offre alla fede e al culto un linguaggio ineffabile che «rende in qualche modo sensibili le cose spirituali, e le cose sensibili in qualche modo spirituali» (4 gennaio 1967), ma è anche capace di rendere visibili gli abissi dell’animo umano. Pensiamo, solo per fare un esempio, all’eloquente dipinto intitolato Il grido di Edvard Munch (Fig. 1), opera famosa del pittore norvegese, dipinta nel 1893, nella quale l’autore ripropone l’uomo da solo, con la sua paura in una natura che non consola, ma che amplifica quel grido fino al cielo rosso sangue. E’ l’abisso più profondo di ogni essere umano - espresso nell’arte - che viene fuori con tutta la sua forza. Alla fine l’opera d’arte confessa sempre…Da qui deriva anche il valore morale dell’arte e dell’artista.   

            Ma non si limita solo a questo l’arte. Quando essa è cristiana, cioè, per dirla con Jacques Maritain, quando essa «porta in sé il carattere del cristianesimo…, allora diventa l’arte dell’umanità riscattata. Piantata nell’anima cristiana, sulle sponde delle acque vive, sotto il cielo delle virtù teologali, tra i soffi dei sette doni dello Spirito, è naturale che porti frutti cristiani» (Arte e scolastica, 62).

            In altre parole, l’arte cristiana, che esprime e manifesta la Bellezza di Dio (e gli abissi profondi dell’animo umano), in Cristo rivela altresì, benché in abbozzo, la forma finale di ogni cosa che si manifesterà, pienamente realizzata, nella consumazione escatologica.

            Un’arte relativa a Cristo, può esprimere e indicare, nella fede della Chiesa, la verità dell’uomo redento nella prospettiva escatologica paolina dell’omnia instaurare in Christo (Ef 1,10),  ossia quale contenuto della perenne rivelazione dell’arte cristiana, la visibile trasfigurazione finale dell’uomo e di ogni cosa nella forma di Cristo Risorto.[3]

            Ricordiamo che la visione escatologica è una nota distintiva e sempre presente negli insegnamenti di Paolo VI, tanto da costituire un elemento essenziale del suo intero magistero pontificio. E’ presente anche nelle sue riflessioni sull’arte cristiana, capace di esprimere il destino di ogni essere umano attorno all’adorabile figura di Cristo, immagine escatologica della Chiesa, già pienamente realizzata in Maria. Per tale motivo egli considerava l’arte come anticipazione, epinicio e vettore di questa trasformazione finale in Cristo (cf. 1 Cor 15, 51; 2 Cor 3, 18; Fil 3, 20-21). 

            Per avere un’idea di quando stiamo dicendo, ancora un esempio magniloquente ci viene in aiuto: si tratta dell’immagine scultorea raffigurante il Cristo risorto che occupa tutta la parete di fondo della Aula Paolo VI per le udienze generali (Fig. 2), opera di Pericle Fazzini, voluta e inaugurata il 28 settembre 1977 dallo stesso Papa. 

            Dinanzi a questa grandiosa scultura bronzea si ha l’impressione che l’universalità e la sintesi dell’arte si leghino con la semplicità ed il valore universale della figura del Cristo. Si potrebbe dire che in quest’opera non c’è altro che Cristo e l’universo.

            La grande figura del Risorto si innalza in posizione centrale, con le sue linee ondulate, distorte, dando l’idea di un «fondale marino col suo brulichìo di vita». La vita primigenia, simbolo di tutta la vita del mondo, si contorce in mille forme per assurgere a infiniti raggi di luce, e nel moto ascensionale che si espande nell’atmosfera ha inizio la nuova creazione/trasfigurazione escatologica operata da Cristo risorto.

            «Dagli abissi della morte - recita un inno pasquale - Cristo ascende vittorioso insieme agli antichi padri», e con lui tutta l’umanità redenta e trasfigurata, unita alla sua vittoria.

Per concludere

            Le riflessioni di Paolo VI sull’arte, contribuiscono in un certo senso alla comprensione del nuovo umanesimo cristiano, per il quale il convegno ecclesiale nazionale di Firenze offrirà delle piste di riflessione per una concreta attuazione nella Chiesa e nella società. Nuovo umanesimo inteso come liberazione dell’uomo, quale aspetto inseparabile dalla sua salvezza integrale operata da Gesù Cristo:

Oggi si parla tanto di “umanesimo”, cioè d’un progresso civile derivato da una data definizione dell’uomo. Ma chi sa dire veramente chi è l’uomo? Le molte e grandi difficoltà di dare dell’uomo una vera definizione tentano, ad ogni passo, a dare definizioni parziali, che sembrano solide, perché desunte da qualche esperienza immediata, generalmente a tendenza biologico-materialista. “ In realtà - dice il Concilio - solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo ” (GS 22)…

La misura vera dell’uomo è una misura che supera l’uomo, è la misura di un uomo-figlio-di-Dio. In altre parole: la questione del senso dell’esistere umano sulla terra è una questione che ha la sua risposta definitiva in Dio. “ Già ora siamo figli di Dio ”, ci ricorda l’apostolo Giovanni, anche se “ non è ancora pienamente manifesto quel che saremo… Donde viene la nostra esistenza? Viene da Dio, viene dal Padre, viene da un Pensiero creatore, che ci precede, metafisicamente, realmente, e ci ama, ci destina “ ad essere conformi all’immagine del Figlio suo ” (Rm 8, 29). Questo è il nostro umanesimo.[4]

            Tale apporto viene offerto da un’angolatura ancora poco studiata, ovvero, quella di una teologia della Bellezza, una teologia attraverso l’arte. Rientra a pieno titolo anche l’arte contemporanea, autentica e sincera che, quando non è fine a se stessa, è veramente capace porsi al servizio dell’uomo di oggi che ha tanto bisogno di essere aiutato e istruito a ben pensare, ben sentire e a ben vivere… Per questo, - direbbe ancora il papa - «essa dovrebbe essere intuizione, dovrebbe essere facilità, dovrebbe essere felicità» (7 maggio 1964).

 

Bibliografia

 

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MONTINI G. B., Su l’arte sacra futura, in «Arte Sacra. Rivista trimestrale dell’arte sacra di oggi e di domani», 1(1931), in «Istituto Paolo VI -Notitiae», Brescia, 16 (1988). 

MONTINI G. B., Frammenti sull’arte, 1923, in P.V. BEGNI REDONA (a cura), Note sull’arte, in «Istituto Paolo VI -Notitiae», Brescia, 22 (1991). 

MONTINI G.B., Lettere ai familiari (1919-1943), a cura di Nello Vian, voll. II, Istituto Paolo VI- Edizioni Studium, Brescia-Roma 1986.

MONTINI G. B., Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), a cura di Xenio Toscani, voll. 4, Istituto Paolo VI-Studium, Brescia-Roma, 1997-1998.  

Insegnamenti di Paolo VI, 1963-1978, voll. 16, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1964-1979. 

PAOLO VI, Pensiero alla morte. Testamento. Omelia nel XV anniversario dell’incoronazione, Istituto Paolo VI- Edizioni Studium, Brescia-Roma 1988.

CAMADINI G. - CAPPELLETTI V. (a cura), Paul VI et l’art. Journée d’Études (Paris 27 janvier 1988), Istituto Paolo VI - Studium, Brescia-Roma 1989.   

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EVDOKÌMOV P. N., Teologia della Bellezza. L’arte dell’icona, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1990.  

GUITTON J., Dialogues avec Paul VI, Arthème Fayard, Paris 1967, tr. it., Rusconi, Milano 1986.  

MARITAIN J., Arte e scolastica, Morcelliana, Brescia 1980.

SALAMONE F., Perenne rivelazione dell’arte cristiana. Per una teologia dell’arte in Paolo VI, Euno Edizioni, Leonforte 2013.   

BERETTA E., Omaggio al «papa degli artisti». Paolo VI e l’arte, in «Arte Cristiana» 647 (1978) 81-88.

FRESCHI P., Il Cristo Risorto di Pericle Fazzini, in «Arte Cristiana» 647 (1978) 91-92.

INGLOTT P. S., Può esistere ancora un’arte sacra?, in «Rivista del Clero Italiano» 52 (1971) 585-591.   

RAVASI G., Arte come “eccedenza” e ricerca del mistero, in «Istituto Paolo VI -Notitiae» 60 (2010) 71-75.

BOLPAGNI P., Dialoghi con l’arte nuova, in «Luoghi dell’Infinito» 18 (2014) 48-51.

 


                [1] L’artista cristiano, afferma Montini, quando è docile allo Spirito di Dio, diventa precursore dei tempi nuovi, escatologici, dove la bellezza da lui ravvisata e sigillata nelle opere può ricomporre in Cristo «la nostra spirituale unità, ora lacerata. L’unità che riconcilia in debita armonia Dio e l’uomo. Quell’omnia instaurare in Christo sono prima i santi a divinarlo e a promuoverlo; ma gli artisti i primi, che, nella sfera loro propria, possono perfettamente raggiungerlo» (G.B. Montini, Sull’arte sacra futura, 45). 

                [2] Cf., G. RAVASI, L’arte come «eccedenza» e ricerca del mistero, in «Istituto Paolo VI. Notiziario» 60 (2010) 72-75, secondo il quale l’arte, per questa sua tensione verso l’assoluto, è sostanzialmente affine alla teologia e alla fede.

                [3] In realtà, ogni autentica espressione artistica cristiana (come d’altronde ogni riflessione teologica) è sempre rivolta al passato, immersa nel presente ed orientata al futuro escatologico. Pensiamo ad esempio alle raffigurazioni della Vergine o dei santi, dove è sempre presente il triplice sguardo della fede della Chiesa attraverso la «spècola dell’arte»: un primo sguardo è infatti relativo alla storia del soggetto raffigurato o all’evento rivelativo, un secondo sguardo è coevo all’opera, influenzata dalle categorie culturali e dal linguaggio dell’epoca in cui è stata commissionata e realizzata l’opera stessa. Infine, un terzo sguardo è rivolto al futuro, al destino escatologico di colui o colei che viene rappresentato, come dimostrazione concreta della trasfigurazione ipostatica finale in Cristo di tutte le cose (cf. 1Cor 15,51; Fil 3,20-21). I tre livelli sono spesso simultaneamente presenti.

                [4] Paolo VI, Il concetto dell’uomo nella realtà della Risurrezione, 13 aprile 1966, in Insegnamenti di Paolo VI, IV, 743.

 

Repertorio iconografico

Figura 1.
Edvard Munch, Il grido, 1893. 
Olio, tempera e pastello su cartone.
Oslo, Nasjonalgalleriet

Figura 2.
Pericle Fazzini, Cristo risorto, 1977.
Scultura bronzea.
Città del Vaticano, Aula Paolo VI

 

Ultima modifica ilGiovedì, 07 Maggio 2015 09:11
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